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Isa Danieli è Ecuba al Teatro Eliseo di Roma

da TeatriOnLine

pubblicato da DANIELA OLIVIERI il 23/02/2010 Share on Facebook

“Perduta è la patria, i figli, lo sposo”. È il lamento di Ecuba, moglie di Priamo, madre di Ettore, regina sconfitta di Troia, resa schiava dai vittoriosi Achei; una donna fiera e nobile, che in guerra ha visto morire uno ad uno i suoi figli. Gli ultimi ad esserle strappati sono il giovane Polidoro, assassinato da Polimestore, re di Tracia, per cupidigia di denaro e di potere, e la prediletta Polissena, sacrificata come fosse una giovenca per vendicare la morte di Achille. Ecuba è la tragedia greca scritta nel V secolo a.C. da Euripide, autore che seppe dar rilievo ai drammi quotidiani, concentrando l’attenzione più sugli uomini che sugli dei; con i lunghi monologhi che scrisse, la mitologia classica acquistò sfumature psicologiche e profondità nell’analisi dei personaggi. Ecuba non è una regina marmorea: sa disperarsi per la sua misera condizione di schiava, vedova e madre senza figli e sa meditare una vendetta lucida contro chi ha tradito i patti e la sua fiducia. Isa Danieli, grande attrice del teatro napoletano, veste i panni luttuosi della protagonista dosando perfettamente la disperazione con la dignità, la miseria con la fierezza, senza eccessi di grida o gesti scomposti.
Il regista Carlo Cerciello, con l’aiuto dello scenografo Roberto Crea, immagina il teatro in cui si compiono i delitti dettati da faide e ragion di stato come un algido mattatoio, con lucide piastrelle bianche alle pareti, coltelli affilati in bella vista, grembiuli sporchi di sangue, la sagoma proiettata di un bovino con i nomi degli eroi caduti scritti sui vari tagli di carne, carcasse di animali macellati e ganci per appendere i corpi. L’idea, dietro cui si celano le installazioni dell’artista Damien Hirst e le atmosfere inquiete dei film di Peter Greenaway, deriva dalla constatazione del regista che oggi le immagini che circolano con i mezzi di comunicazione hanno assuefatto la gente alla morte e che “l’accumulo delle miserie umane, che in nome del poter, dell’ambizione dei soldi, determina quell’escalation di morte, non mostra una goccia di quel sangue innocente versato, non impressiona più. La differenza tra corpo morto e corpo vivo si smarrisce tra i ganci delle celle frigorifere” (note di regia). Per contrasto, però, di fronte all’assenza di pietà portata in scena, si alza forte nello spettatore un senso di sdegno e di vergogna, che ridà valore alla vita delle persone. Efficaci anche le figure di un’ancella (Cateria Pontrandolfo) che intona litanie e di due donne speculari (Imma Villa, Autilia Ranieri) che osservano i fatti e raccontano quanto non avviene in scena, secondo l’antico uso del coro. Le figure femminili appaiono preponderanti e decisive in questa versione di Cerciello, che impone una recitazione altera alle donne e meno incisiva agli uomini (Niko Mucci-Odisseo), Ciro Damiano-Taltibio), Fortunato Cerlino-Agamennone, Franco Acampora-Polimnestore. In scena anche Raffaele Ausiello (Polidoro), Daniela Vitale (Polissena). Musiche di Paolo Coletta, luci di Cesare Accetta, costumi di Daniela Ciancio.
Fino al 28 febbraio al Teatro Eliseo di Roma

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