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La Locandiera di Carlo Goldoni in scena fino al 7 marzo al Teatro Carcano di Milanoda TeatriOnLine pubblicato da MAURIZIO CARRA il 26/02/2010 Share on Facebook “La Locandiera” di Goldoni, sotto molti aspetti, ricorda un’opera buffa. Mirandolina è una summa di vizi e di virtù, da un lato è la serva amorosa de “Le nozze di Figaro”, dall’altro la furba, determinata, seducente, ma “onesta” locandiera, trionfante ritratto del femminismo di fine settecento. E, in quell’universo maschile dominato da una vecchia nobiltà decadente e da una comica misoginia, si impone l’intelligente scaltra locandiera. Ma il comico scolora nel grottesco e la vicenda si chiude declinando le note della solitudine: i cavalieri se ne vanno delusi, amareggiati e soli e Mirandolina decide di sposare, senza amore, il servo Fabrizio.
Diciamo subito che l’originale, intelligente rilettura che Elena Bucci e Marco Sgrosso fanno de “La Locandiera” corre sulla falsariga della riscrittura che Massimo Castri ha fatto di Pirandello e, recentemente, del vaudeville. Ma il discorso è più complesso. Per capire dobbiamo partire dai canoni della riforma goldoniana: basta, dice il Maestro, con i melodrammi svenevoli, alle improvvisate e volgari commedie dell’arte. La “commedia nuova” prevede la scrittura dei testi, l’impegno degli attori a studiar la parte, la naturalezza di una recitazione senza sbavature e narcisismi.
Sembra dunque che, in questa versione della Locandiera gli autori abbiano fatto strame dei principi della “Commedia nuova” avendo precipitato la commedia in una sorta di farsa demenziale esaltando i canoni della commedia dell’arte. Ma la provocazione in realtà è solo apparente perché la rappresentazione è tutta una divertente (ma non irriverente) parodia della commedia dell’arte contaminata per di più con generi diversi: il teatro d’ombre, quello delle marionette e con richiami al Kabuki. Gli attori, infatti, in un riuscitissimo mix di Zanni e Marionette prendono benevolmente in giro i personaggi che interpretano.
Tutto viaggia costantemente sopra le righe, i buffi costumi, il trucco clownesco, la gestualità marionettistica, il ritmo recitativo comicamente accelerato, le invenzioni vocali che valgono più della parola, le azioni pantomimiche che sconfinano nella danza. Il successo sta nel linguaggio, nelle modalità di comunicazione che gli attori utilizzano per svolgere le loro performance, sta nella miscela e nell’uso di forme espressive diverse.
Quindi, a mio avviso, Goldoni non solo non si rivolterebbe nella tomba, ma sarebbe il primo a congratularsi con gli autori per le loro intelligenti invenzioni.
Spettacolo dunque di grande freschezza in cui fantasia, creatività, raffinatezza interpretativa si coniugano con un testo solo apparentemente semplice e ingenuo.
Non trovo adeguati aggettivi per qualificare la bravura di tutti gli attori. Elena Bucci si misura con successo nella parte di Mirandolina sottolineandone l’ambiguità e il calcolato cinismo. Di assoluto valore la mimica e la gestualità sfoggiate dalla bravissima attrice. Bravo Marco Sgrosso nell’interpretare il ruolo del Cavaliere di Ripafratta personaggio misogine carico di complessi. Gaetano Colella caratterizza il patetico scroccone Marchese di Forlipopoli con straripante comicità al pari di Maurizio Cardillo nei panni del riccastro vanaglorioso, Conte d’Albafiorita e dell’atletico Roberto Marinelli in quelli di Fabrizio. Infine Nicoletta Fabbri e Daniela Alfonso sono le comicissime sedicenti dame.
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