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La fine di Shavuoth di Stefano Massini in scena fino al 17 marzo al Teatro Ringhiera di Milano

da TeatriOnLine

pubblicato da MAURIZIO CARRA il 09/03/2010 Share on Facebook

Il giovane drammaturgo Stefano Massini, di cui ricordiamo “L’odore assordante del bianco”, “Processo a Dio” e “Frankenstein” colpisce ancora nel segno con questa splendida pièce “La fine di Shavuoth” tratta dai Diari di Franz Kafka. La storia è semplice perché si sviluppa in una sola notte, ma è complessa dal punto di vista psicologico. Se dovessimo dirla in breve potremmo definirla una seduta psicanalitica inconsapevole, aspra e liberatoria, cui il giovane Kafka allora diciannovenne, venne sottoposto nel corso di una notte nel café - teatro yiddish di Praga.
In breve. Un giovane borghese dai modi educati, terminata la commedia e nella vana attesa della bella primadonna dello spettacolo, si addormenta con la testa sul tavolo del caffè con un mazzo di fiori in mano. Franz è svegliato nel cuore della notte dal giovane attore polacco Jitzach Lowy che, con simpatica determinazione, riesce a vincerne la diffidenza e la naturale ritrosia. Si confrontano due personalità di segno opposto, uno, l’attore, estroverso, invadente, apparente sicuro di sé, l’altro introverso, impacciato, incerto, timido, incapace non solo di esternare sentimenti e paure, ma anche di leggersi dentro. Così per ore parlano di tutto, di letteratura, del gioco della vita, dei desideri repressi, dell’amore sconosciuto, del coraggio di scrivere fino ad incontrarsi nel racconto di due diversi sogni legati alla loro infanzia. I dialoghi asciutti e densi hanno dapprima le incertezze e il ritmo che la nevrosi impone, poi i freni inibitori mollano, cade la maschera dell’ipocrisia travestita da riservatezza e i problemi che angustiano vengono fuori con effetto liberatorio.
Il tutto si svolge nell’atmosfera del ghetto di Praga pregna di riferimenti religiosi/culturali come le festività, gli insegnamenti, gli usi e i costumi di questo popolo.
Buone le interpretazioni di Jacopo Bicocche e Mattia Fabris dei due personaggi principali, ma l’attore più maturo (non solo per l’età) e professionale è l’ottimo Alvise Battain. Belle le scene e i costumi di Giacomo Andrigo, funzionali le luci di Govancosimo Di Vittorio e le musiche di Riccardo Tesi. Se tutto lo spettacolo nei suoi vari aspetti gira alla perfezione il merito è della bravissima regista Cristina Pezzoli.

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